Velasca
Velasca Velasca Velasca Velasca
Il tutto è più della somma delle parti

“E’ possibile realizzare un’opera d’arte che non sia un’opera d’arte?”, la domanda paradossale di Duchamp mi risuona nella testa mentre leggo l’incipit del progetto dell’A.S. Velasca: “siamo tutto fuorché una squadra di calcio” e “non è un club di calcio, non è un’opera d’arte, è tutto questo insieme” quindi, contrariamente alle apparenze, la negazione ricorrente enfatizza la volontà di muoversi in un campo molto più vasto. Il Velasca è molto più della somma tra una squadra di calcio e un’opera d’arte, e non è un anti-calcio o un’anti-opera d’arte, piuttosto è un détournement dei sistemi conoscitivi che solitamente ci fanno affermare “ecco un’opera d’arte” o “ecco una squadra di calcio”. Uno slittamento continuo che non ci permette di fissare il Velasca in un ambito ben preciso. Così questo continuo paradosso, questo voler investire energia per qualcosa che non è mai pienamente quello che potrebbe essere, questo “parlare capovolto”, fa emergere tutto ciò che abitualmente si trascura per favorire la “logica” ossessiva del vincente e del successo, sia nell’ambito dell’arte sia in quello del calcio (entrambi, è quasi inutile ricordarlo, compromessi dalla speculazione economica). Il Velasca, al contrario, ci offre una contronarrazione nuovamente capace di farci appassionare allo sport e all’arte; tutto è sovradimensionato, una squadra di calcio del campionato CSI (categoria openB) ha tifosi da tutto il mondo, un website in lingua italiana, francese, inglese, araba, cinese e giapponese, edita un raffinato bollettino mensile che diventa una locandina e tanti artisti continuano a “inventare” il Velasca: la maglietta è ideata dall’artista francese Regis Sénèque, un numeratore è realizzato da Patrizia Novello, la fascia da capitano lavorata a maglia crochet da Patricia Waller, i ritratti dei calciatori disegnati da Naniii, e poi l’inno di Andrea Benedetto Cernotto, e i fotografi Jessica Soffiati, Susanna Pozzuoli e Adrian O. Smith. Ed è superiore alle aspettative la presenza sugli spalti di tifosi colorati e festanti (a prescindere dai risultati), dotati di gadget di tutti i tipi, spillette, trombette e molto altro. Tuttavia il risultato principale è molto più della somma di tutto questo! Dopo quasi un anno il progetto Velasca è diventato un dispositivo che genera relazioni tra persone e che ha visto nascere, e speriamo evolvere, un vero e proprio processo sociale. L’opera sfugge quindi dalle mani degli artisti e diventa un bene reale della società, che, come diceva Duchamp, prende ciò che vuole! E tutto questo fuori dalle logiche dell’arte partecipata e relazionale mainstream. Eppure il Velasca si può collocare nell’ampio e variegato contesto dell’arte partecipativa, che vede come punto di riferimento teorico il regista e scrittore francese Guy Debord, che già nel 1968 teorizzava la partecipazione e la produzione collettiva di situazioni per ri-umanizzare una società resa inebetita dagli strumenti della produzione capitalista. Da allora molti artisti cercano “in un mondo sotto l’egida della merce e dello spettacolo che essa genera”, di proporre un’arte dell’azione e di impegnarsi direttamente nelle forze produttive. Claire Bishop * riporta nel suo testo molti esempi della crescita dell’interesse artistico per la partecipazione e la collaborazione e cita molti progetti che non si limitano a una finzione, ma a una produzione di realtà anche economica: i Superflex che aprono una TV sul web per residenti anziani, o che brevettano sistemi energetici portatili in grado di produrre energia senza corrente elettrica; Jeanne van Heeswijk che trasforma un centro commerciale destinato alla demolizione in uno spazio culturale; Tania Bruguera che realizza per 5 anni una scuola come un’opera d’arte, e molti altri. Il Velasca è un progetto artistico che va in questa direzione: un “piccolo gruppo di sognatori”, artisti ed esperti di calcio, sono riusciti in una grande impresa, hanno letteralmente prodotto una squadra di calcio, riuscendo ad elaborare, attraverso l’arte e oserei dire la bellezza dei comportamenti, un modello di realtà, non una realtà immaginaria o utopica, o di breve durata, ma al contrario un modello di azione, un processo lento che sta diventando un catalizzatore e generatore di evoluzione in un altro ambito, quello del calcio, riuscendo a coinvolgere un gran numero di individui spesso ignari di partecipare a un progetto artistico. Del resto l’A.S. Velasca “non è un club di calcio, non è un’opera d’arte, è tutto questo insieme”.

Marcella Anglani

* Artificial Hells. Partecipatory Art and the Politics of Spectatorship 2012

Tratto dal bollettino #10 [ >> bollettino ]

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Vincere ! E perderemo

Oggi viviamo in un mondo che, da una parte all’altra, è plasmato sullo schema della competizione sportiva. Senza contare la politica del bipartitismo – in cui la sinistra liberale e la destra liberale sono due squadre di campioni imbottiti di stupefacenti con un pubblico di elettori/spettatori inebetiti che li guarda affrontarsi ingoiando popcorn- la Terra intera è come un campo di calcio a cielo aperto. Chiunque intraprenda un lavoro, una carriera, un progetto, un matrimonio, un amore, un percorso scolastico, è sottoposto ad una valutazione del tipo competizione / lotta all’ultimo sangue / tempi supplementari / vittoria o disfatta, al punto che addirittura il miracolo della nascita è ormai visto come una gara dove lo spermatozoo deve battere tutti i suoi concorrenti per raggiungere la gloria suprema : diventare l’embrione di una vita che nascerà !

Vittoria ? Mica tanto. Perché nascere significa decadere. Passare dall’esistenza spirituale ad una forma che ci appiattisce e ci umilia. Qualsiasi ricompensa in questo mondo è una sorta di bacio di Giuda o di succhiotto del diavolo. Tutti i mistici lo sanno : la « ricompensa » è il segno che la divinità si allontana dalle nostre vite. Lo sport è bello, ma resta chiuso nell’ossessione del successo, l’ossessione assurda dalla vittoria che imbruttisce, sporca e distrugge tutto. Si dice che l’importante non è vincere, ma participare. E’ giusto, ma non basta. Bisogna andare oltre. L’importante non dovrebbe essere semplicemente partecipare, ma non vincere. Bisogna imparare a riconoscere nella vittoria terrestre il segno di una dannazione celeste, in comunione con la parola del Cristo, che disse “Gli ultimi saranno i primi”. Solo quelli che falliscono sono belli. Solo loro sono divini. Chi puo’ immaginare Gesù che lotta contro i Romani e vince, completando il Vangelo con Ponzio Pilato e Giuda tutti e due sulla croce come due poveracci e Gesù che si sposa la Maddalena e vive felice e contento e con tanti figli ?

La vera squadra di calcio moderna praticherà la decrescita nell’ossessione della vittoria, e lo sprezzo della ricompensa ; la squadra di calcio arriverà, di partita in partita, fino al disgusto del successo e al piacere dandy di non segnare. Non si accontenterà di perdere, ma impedirà agli altri di vincere. Esitare sul goal, far diventar matta la squadra avversaria, non lasciar segnare e non segnare mai...Rendere il goal sempre più incerto…Verrà un giorno in cui quasi nessun goal sarà segnato…il mondo sarà sospeso a un pallone che girerà attorno alla terra senza fermarsi mai. Non ci saranno più vincitori né perdenti, ma saremo tutti fratelli davanti all’assoluto del Gioco.

Pacôme Thiellement

Tratto dal bollettino #06 [ >> bollettino ]

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Velasca

Protette dalle mura che volle Francesco Sforza, le sale del Castello riparano il caleidoscopio della memoria lombarda, della storia, della cultura della città. Perciò il Castello è simbolo del passato di Milano. Ne è, fuor di metafora, il museo. Ma una città non è solo memoria, ad essa si affianca la vita. Così, quando nel secondo dopoguerra la Rice decise di finanziare un grande cantiere su un’area devastata dai bombardamenti, a 450 metri da Piazza Duomo, il gruppo BBPR affrontò il progetto tenendo fisso in mente quel riferimento alla fabbrica sforzesca: la Torre Velasca nasce come esperimento di manipolazione di reperti storici e memoria urbana, volto nuovo della storia milanese, reso attraverso contaminazioni sporche che permettono tuttavia l’immediato gioco dei riconoscimenti linguistici e, attraverso essi, il rinnovamento della legittimità della propria tradizione. La Velasca è una torre nuova che guarda al passato, consentendo di fissare in chiasma memoria privata e speranza collettiva. Tra il 1956 e il 1957 prende corpo il progetto definitivo: un solido compatto, è stato detto, i cui costoloni esprimono le tensioni interne del nuovo skyline milanese, sul quale puntoni inclinati coronano il dilaniato corpo superiore che conferisce al manufatto l’aspetto di una torre medioevale paradossalmente ingigantita. La Velasca è soprattutto questo: un omaggio a Milano, doppio analogico del suo Castello, commento alla crisi della vecchia città e aspirazione ad un tempo nuovo, che chiama la cittadinanza a sospendere il giudizio, riflettere sulla propria storia, per poi voltarvi le spalle e riprendere il cammino. Se la città storica, il suo Castello, sono ridotti a grande museo, expo di una civiltà passata, tra questi fantasmi la Velasca vuole essere la casa in cui ripara il cittadino del futuro. M

Marco Assennato

Tratto dal bollettino Bulletin #03 [ >> bollettino ]



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Soccer Removal

« Se i cieli, spogliati della sua augusta impronta,
potessero cessare mai di manifestarlo,
se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo. »
Voltaire - Épîtres -
À l’auteur du livre des trois imposteurs, 1769



L’opera non esiste. Perlomeno, non ancora. Ma Tobias Hogarce, artista e relatore della propria opera, ne ha appena fatto la promozione. La nostra storia comincia con l’inaugurazione della sua retrospettiva al Museo de Arte Contemporáneo, MAC Panamá. Il museo organizza una conferenza stampa. Il celebre artista panamo-lussemburghese naturalizzato francese rivela la sua futura opera intitolata “Soccer Removal”. « Di nuovo una presa in giro ! », inveiranno i suoi numerosi detrattori. Sì, perché Tobias Hogarce raramente fa l’unanimità nel mondo dell’arte e le sue mostre continuano a fare scandalo.

Certo, la sua serie “Hommages” si prestava più al sorriso che all’invettiva. Ricordatevi il suo “Hommage à Alphonse Allais”, installazione a Ginevra per acqua e plastica. Si poteva ammirare il getto d’acqua del Lago Lemano incoronato da un’anatra gigante di plastica gonfiabile (1). L’anatra da bagno levitava a centoquaranta metri di altezza grazie ad un complesso sistema di induzione aquillo-magnetica. Tobias Hogarce continuerà ad utilizzare le tecnologie d’avanguardia in maniera scherzosa, come ricorda Roberto Quevedo, conservatore del MAC Panamá che continuò a descrivere il percorso artistico di questo figlio maledetto del paese.



cartolina (2) del 1938
collezione privata di Tobias Hogarce.


La situazione si inasprisce con la proposizione “Hommage à Jean Baudrillard” in cui Hogarce fustigava, venti anni dopo, la famosa reprimenda di Baudrillard uscita nel 1996 sul quotidiano Libération (3), organo ufficiale dei radicali benpensanti. “Il complotto dell’arte”, tale era il titolo dell’editoriale di Baudrillard in cui l’autore di “Simulacre et simulation” affermava: “Tutta la duplicità dell’arte contemporanea è qui : rivendicare la nullità, l’insignificanza, il non-senso, prendere di mira la nullità quando si è già niente.” Non menzioneremo qui l’oscenità della proposta di Hogarce su questo tema.

Poi l’esasperazione scoppiò con il progetto “Tobias Hogarce Versailles” situato nel parco del Castello. La fidanzata di Pierre-Henri-Charles-Emmanuel de Bourbon-Parme, pretendente al trono di Francia, Marie-Carlotta Immaculata, principessa di Blurbchtenstein, trasformò lo scandalo in tragedia. La principessa tirò una fucilata sull’artista durante l’inaugurazione dell’evento. Tobias Hogarce si svegliò dopo tre mesi di coma. Mademoiselle S.A.S di Blurbchtenstein fece fuoco, come disse nelle colonne del quotidiano “La France éternelle” per « lavare l’affronto che rappresentava questa indicibile sconcezza per la memoria del Re, eseguita da questo artista di cui rifiuto addirittura di pronunciare il nome tanto è un’offesa per l’arte. » L’oggetto del delitto firmato Tobias Hogarce aveva per titolo “Sade a Versailles”. L’opera per marmo e vegetali era composta da un muro di roccia nera lungo diciassette metri per quattro, piazzato su un parterre de Latone dietro ad un insieme di piante di dubbio gusto (4). Sul muro di marmo nero che bloccava l’orizzonte era stampata a laser la frase di apertura delle “Centoventi giornate di Sodoma” : « Le considerabili guerre che Luigi XIV ebbe a sostenere nel corso del suo regno, esaurendo le finanze statali e le risorse del popolo, trovarono tuttavia il segreto di arricchire un’enorme quantità di queste sanguisughe avvinghiate alle calamità pubbliche che fanno nascere invece di sedare, e questo per essere in grado di approfittarne con più vantaggio ancora. »

A seguito del tentato assassinio di Hogarce, le relazioni tra la Francia e l’artista non smisero di complicarsi. Michel Onfray e Alain Badiou condannarono appena l’ira assassina di Marie-Carlotta Immaculata, e si attaccarono violentemente al gesto dell’artista. Onfray nel settimanale Le Point firmò un editoriale pieno di moralismo intitolato "Sull’arte contro-rivoluzionaria". Badiou pubblicò un ennesimo saggio “Di cosa l’abiezione di Hogarce è il nome?” sottotitolato "l’arte contemporanea dei paradisi fiscali". Il filosofo criticava violentemente l’identità panamense-lussemburghese dell’artista. Hogarce replicò laconicamente: "se la congiura degli imbecilli è in marcia, se gli utili idioti vogliono la guerra, l’avranno".

Così l’artista pubblicò e mise in scena una commedia in tre atti intitolata “Il Louvre dei venduti”. Qualificata da Hogarce come farsa iperrealista, “Il Louvre dei venduti” raccontava la veridica storia di un incredibile scandalo politico-finanziario-artistico. O come Yoo Byung-eun, un imbroglione coreano multimilionario, fondatore del movimento religioso “Salvation Sect”, col nome d’artista Ahae, finanziò il museo del Louvre in cambio di una mostra delle sue fotografie alle Tuileries. Hogarce non esitò a mettere in scena l’ex presidente del Louvre, Henri Loyrette, mentre faceva l’apologia di Ahae in una scena al colmo del ridicolo (5).

Secondo alcuni “Il Louvre dei venduti” fece l’effetto di una bomba, secondo altri la commedia fu un flop. Si arrivò tuttavia a sfiorare lo scandalo diplomatico tra la Repubblica francese, il Granducato del Lussemburgo e la Repubblica di Panama. Tobias Hogarce scatenò l’ira del governo. Il primo ministro Manuel Valls sbottò : « Ci sono delle forze sbeffeggianti che mirano a sporcare la Francia. No, la Francia non è “Il Louvre dei venduti”, la Francia non è Tobias Hogarce. Non ci dovrebbe essere nazionalità francese per coloro che disonorano la Francia. » Fine della frase e inizio della traversata del deserto per l’artista panamo-lussemburghese naturalizzato francese, in seguito dichiarato decaduto di quest’ultima cittadinanza.

Così Roberto Quevedo, conservatore al MAC Panamá, riassunse la carriera di Tobias Hogarce e poi lasciò la parola al figlio maledetto del paese. L’artista presentò allora all’assemblea il suo nuovo progetto dal nome “Soccer Removal” che qualificò di “software-art”. Secondo Hogarce, “Soccer Removal” è un omaggio al fondo verde che costituisce lo sfondo del calcio. Per fondo verde, si sarà capito, Hogarce fa riferimento sia al prato verde del campo da calcio sia al fondo verde come supporto degli effetti speciali di incrostazione. Qui la funzione del fondo verde è invertita. Non si tratta più di ritagliare una persona sul suddetto fondo, di colore verde, per poi sostituire questo stesso fondo con un’altra immagine, ma di utilizzare al contrario il fondo verde del campo da calcio per cancellare i giocatori. Un incontro tra due club di Premier League (campionato inglese di calcio) sarà appositamente filmato per “Soccer Removal”. «Perché il campionato inglese, vi chiedete ? » — lanciò Tobias Hogarce al pubblico. «Certo, l’Inghilterra è la patria del “soccer”, ma naturalmente l’Inghilterra è anche la culla del giardino inglese di cui la distesa erbosa è la chiave di volta e l’illusionismo il punto cardinale. “Soccer Removal” ha per ambizione di essere per l’arte del calcio ciò che la tecnica paesaggistica del “saut du loup” era per il giardino inglese. Il “saut du loup”, anche conosciuto nella forma dell’espressione onomatopeica dell’ “ha-ha”. Ha ! Ha ! » — riprese per fare effetto.

«Per quelli che ignorassero il senso paesaggistico di questa interiezione, permettetemi di citare l’articolo Wikipedia dedicato all’ha-ha. » Tobias Hogarce si schiarì la voce e lesse in maniera dotta la nota esplicativa: « Un ha-ha è, nel campo dell’arte dei giardini, una chiusura mascherata sotto la forma di una barriera. Permette nel senso voluto di avere un effetto visivo che nasconde questa chiusura mantenendo un’estetica più naturale del giardino. Questo artificio è un classico del giardino all’inglese, etc. etc. » Ecco dunque per l’ ha-ha. Fine della citazione. “Soccer Removal” è una specie di ha-ha. Laddove i limiti del giardino spariscono nella continuità di una prateria grazie all’ha-ha, “Soccer Removal” fa sparire i giocatori nel verde del campo da calcio. Per ritornare al Premier League e al dispositivo tecnico delle riprese della partita, l’incontro sarà eccezionalmente filmato con 120 videocamere che moltiplicano gli angoli di ripresa al fine di procedere in maniera digitale alla cancellazione dei giocatori. Cosa si vedrà esattamente? Niente. O piuttosto l’invisibilità di ogni cosa. La cancellazione allo stato puro. Lo spettacolo del non essere. Immaginate un momento, davanti a cinquantamila spettatori, il pallone che vaga nello spazio del terreno senza alcun giocatore per animarne i movimenti e le accelerazioni. Immaginate questo pallone che percorre il campo da calcio deserto, rimbalzare come per magia e lanciarsi nell’aria, poi ricadere e cristallizzarsi ad altezza d’uomo, senza che alcun corpo sia presente. Certo, dicevo, nessun giocatore sul campo, ma l’arbitro, lui, lo vedremo mentre corre dietro al pallone, seguendolo senza sosta, tenuto a distanza dalla sua aura piena di mistero. Si tratta ancora di un pallone o di un solido geometrico autonomo, un icosaedro tronco dotato di superpoteri? Un pallone che palleggia su di sé, che si dribbla nel suo proprio aerodinamismo ? Un pallone che segna improbabili goal vuoti? Ma altre configurazioni sono possibili. Immaginate una distesa verde vuota senza giocatori, senza arbitro e senza pallone. Solo due portieri si trovano uno di fronte all’altro a cento metri di distanza in un’attesa e in uno strano balletto privo di senso. Che magnifica immersione nel vuoto. Un gesto gratuito, per afferrare il vuoto, il filo che ondeggia nel vuoto. Cosa c’è di più bello che il niente? Ve lo chiedo» Così Tobias Hogarce descrisse “Soccer Removal”.

Facciamo notare che l’opera sarà presentata nelle prossime fiere d’arte contemporanea in una galleria specialmente concepita per l’occasione, l’autopromozione è d’obbligo, la “Art Removal Gallery”. La partita sarà visibile all’Armory Show New York, alla Frieze di New York, poi alla Frieze di Londra, a Art Basel, a Art Basel Miami, Art Cologne, Dubai, Melbourne Art Fair… tutte (Fiac inclusa) e le migliori.

L’opera non esiste. O perlomeno non ancora, ma esisterà davvero? La conferenza stampa al MAC Panamá non sarebbe forse, in realtà, una performance per confondere il gli addetti ai lavori? La presenza di numerosi giornalisti sportivi nel pubblico lascerebbe tuttavia pensare il contrario, o addirittura il contrario del contrario. Come dice il proverbio panamense: À l’imposture nul n’est tenu / All’inganno non è tenuto nessuno.

Alessandro Mercuri

(1) Certi spiriti in mancanza di ispirazione hanno interpretato tuttavia quest’anatra di plastica come un’anatra a vibrazione. Questa visione del vibratore palmipede ci ricorda lo sfortunato albero di Natale di McCarthy nella forma di un plug anale gigante. (2) A quest’epoca l’altezza media del getto d’acqua era di novanta metri, al posto di centoquaranta ai giorni nostri. «Non c’è dubbio, è un segno.» — ha esclamato Tobias Hogarce. Per l’artista, sono proprio i cigni che galleggiano sulla superficie dell’acqua e della cartolina ad ispirare l’installazione “Hommage à Alphonse Allais”. (3) Hogarce non esitò a definire in modo un po’ sprezzante Libération come un giornale collaborazionista della buona coscienza, organo ufficiale dei radicali benpensanti. In un gioco di parole, l’artista non mancò di ricordare che Laurent Joffrin, redattore capo del giornale, si chiamava in realtà Laurent Mouchard. (4) Hogarce trova qui ispirazione in un testo di Alexander Pope pubblicato nel Guardian n°173 il 29 settembre 1713, dove il celebre poeta e satirico inglese critica l’arte topiaria francese, quest’arte di lavorare architettonicamente gli alberi e gli arbusti dei giardini. Pope vi narra il ridicolo di un “Orso di alloro e timo in fiore, con un cacciatore di ginepro” o ancora “Un maiale di lavanda con la salvia che cresce nella sua pancia.” (5) A chi dubitasse dell’esistenza di questa scena, consigliamo di guardare su Internet il video “On AHAE: Henri Loyrette Director, Louvre Museum, Paris (2001 - 2013)”, ancora oggi presente nel 2016 sul canale “Youtube AhaePhotography”.